Sapete cosa penso? Che l’Europa stia boicottando la pace in Ucraina. E vi spiego perchè.

La guerra è un affare. Un settore economico tra i più redditizi, con filiere, fornitori, rappresentanti e un indotto gigantesco. I fondi di investimento comprano azioni di aziende produttrici di armi sapendo che, nei periodi di escalation, i margini salgono. Le stesse aziende, legate ai governi tramite lobby e consulenti, spingono per politiche aggressive e riarmi “preventivi”. I governi trovano nella guerra la scusa perfetta per giustificare spese che, in tempi normali, sarebbero inaccettabili.

Ogni missile lanciato è denaro che passa da un bilancio pubblico a uno privato. Ogni carro armato prodotto è un ordine pagato con le tasse dei cittadini che, nella migliore delle ipotesi, ne ricaveranno una vaga sensazione di sicurezza e protezione. La pace, invece, interrompe il flusso di denaro e potere che solo la guerra sa generare: richiede trasparenza, redistribuzione, sviluppo sociale.

A brevissimo, Trump e Putin si incontreranno per discutere di una possibile tregua in Ucraina. Che l’accordo si realizzi o meno, l’obiettivo è chiaro: tentare di fermare una guerra. Ma l’Unione Europea non è stata invitata e nemmeno l’Ucraina, perché sulla scacchiera geopolitica, che piaccia o no, oggi né Bruxelles né Kiev contano davvero.

Invece di riflettere sulle ragioni dell’esclusione, i leader europei provano ad alzare la voce, quasi a voler sabotare qualunque prospettiva di pace che non porti la loro firma. Un accordo senza Europa e Ucraina, dicono, sarebbe “fragile” e “inaccettabile”. In realtà, è palese l’interesse dell’Unione Europea nel prolungare il conflitto.

È di pochi mesi fa infatti l’approvazione di un piano di riarmo senza precedenti. Una valanga di miliardi che, ufficialmente, servirebbe a “difendersi da un’eventuale aggressione russa” (ipotesi folle e senza alcun fondamento). In pratica, è un modo per foraggiare le industrie belliche europee – soprattutto tedesche e francesi – sostenendo economie che altrimenti fallirebbero miseramente.

Ma non si tratta solo di economia. È anche strategia politica: la paura della guerra, la tensione costante, alimentata quotidianamente da media compiacenti e zerbini, diventa uno strumento di controllo. I cittadini, spaventati, accettano più facilmente tagli, sacrifici e nuove “misure straordinarie”. Il dissenso viene bollato come irresponsabile o “amico del nemico”.

La pace, in questo scenario, sarebbe un problema: ridurrebbe la pressione psicologica, toglierebbe alibi a spese colossali e costringerebbe a parlare di sanità, istruzione, lavoro. Temi che non portano voti facili e non ingrassano i soliti conti correnti.

Nel frattempo, i cittadini pagano di più per energia, carburante e beni di consumo, mentre parte del denaro finisce a finanziare lo sforzo bellico. I governi si presentano come “difensori della libertà”, ma in realtà difendono solo i loro interessi.

Ogni guerra ha la sua narrativa giustificativa, ma il meccanismo è sempre lo stesso: creare un nemico abbastanza grande e cattivo da mantenere lo stato di emergenza il più a lungo possibile. Più dura l’emergenza, più è facile governare senza opposizione.

Sembra incredibile, ma c’è chi davvero, invece di temere la guerra, ha una paura fottuta della pace e sono coloro che dalla guerra ci guadagnano.