Hanno chiuso il Leoncavallo. Milano è salva!

Nei giorni scorsi abbiamo assistito all’annuncio in pompa magna dello sgombero del Leoncavallo, storico centro sociale di Milano. E vari esponenti del governo hanno esultato alla notizia con la stessa veemenza di un blitz contro CosaNostra.
Come se avessero assestato un duro colpo alla criminalità organizzata e salvato la città.

Ma le questioni di ordine pubblico e di sicurezza non si risolvono certo chiudendo uno spazio del genere. Chi conosce davvero Milano sa perfettamente di quanto insicura sia diventata negli ultimi anni. In molte zone – e non solo periferiche – la sera scatta quasi il coprifuoco. Per una ragazza o una donna, muoversi da sola dopo l’imbrunire è un atto di coraggio. E non serve andare nei quartieri più disagiati per vedere situazioni malfamate: fuori dalla stazione centrale c’è un degrado mai visto a qualsiasi ora del giorno e della notte.
E in una capitale lombarda colpita nelle scorse settimane da un’inchiesta pesantissima sul cosiddetto “sistema” di speculazione edilizia, ecco che si da in pasto all’opinione pubblica una nuova distrazione di massa, l’ennesimo tema sul quale scannarsi, tra i soliti schieramenti e le guerre tra poveri.

In tutto questo leggo molti commenti di gente che scrive “Finalmente! Era ora!” e cose simili. Persone che non c’hanno mai messo piede là dentro e non sanno nemmeno di cosa stanno parlando.
Io il Leoncavallo l’ho frequentato per anni e ricordo un luogo di aggregazione, di solidarietà, di attivismo e di cultura. Ho partecipato a eventi con migliaia di persone e non ho MAI assistito a un singolo episodio di violenza o altre situazioni deplorevoli.
Di quelle ne ho viste in abbondanza a Montecitorio, negli anni che ho lavorato come assistente di un parlamentare.

I centri sociali possono piacere o meno, sono luoghi che nemmeno io frequento da tempo e di cui mi è anche capitato di criticarne la loro gestione, ma chi oggi festeggia la loro chiusura senza conoscere e senza capire, si limita a seguire una narrazione comoda, semplificata, superficiale.
Il punto vero è che stiamo sempre più perdendo spazi di libertà, di partecipazione, di critica. Spazi imperfetti, certo, sono il primo a dirlo, ma altrettanto necessari. Anzi, quanto mai necessari. In un tempo in cui il dissenso viene spesso ridicolizzato o criminalizzato, la chiusura del Leoncavallo non è una vittoria: è un impoverimento collettivo.
E non c’è nulla da festeggiare. C’è solo da riflettere su che città vogliamo e su quanto siamo disposti a difendere ciò che è scomodo, ma vitale.

Quando nei giorni scorsi ho condiviso sui miei canali social queste considerazioni, ho notato nei commenti una gran quantità di “guardiani della Matrix“, di sbirri mancati. Gente che parla ancora di destra e di sinistra, di comunisti e fascisti, di abusivismo fraudolento (quando per quanto mi riguarda i primi ad essere abusivi in questo paese sono i politici che siedono in parlamento), e ancora, di trionfo della legalità e altre cagate simili.

Signori, a chi non fosse chiaro, lo sgombero del Leoncavallo è un atto politico, non ha nulla a che fare con l’occupazione abusiva e il trionfo della legalità altrimenti – tanto per fare un esempio – la sede di CasaPound a Roma l’avrebbero sgomberata da un pezzo e invece è ancora là e nessuno la tocca.
Ma veramente avete il coraggio di parlare di legalità in un paese dove stato e mafia sono andate a braccetto fino a ieri, dove abbiamo grandi opere che sono il bancomat della malavita e dove ancora oggi la barzelletta più diffusa è quella presente nelle aule dei tribunali, ovvero “la giustizia è uguale per tutti”?

Molti di voi tifano per la repressione, gioiscono di fronte al pugno duro del governo, poi però sono affascinati se si parla di “disobbedienza civile” e “ribellione”. Fate pace col cervello amici perché c’è un evidente cortocircuitò in voi.
Forse avreste bisogno di un piccolo ripasso di storia, a partire dall’importanza delle lotte studentesche negli anni ’70, delle occupazioni di università e fabbriche, degli scioperi e delle contestazioni operaie… invece di strapparvi le vesti in difesa di qualche palazzinaro milionario.

Di solito si comportano così le pecore, gli schiavi volontari (il vero schiavo difende il padrone, mica lo combatte), gli agenti Mr Smith, per tornare a Matrix.

Deludere gente come voi per me è una soddisfazione, anzi di più, una rivelazione! Le maschere che cadono sono le vostre, non la mia. I miei nemici vivono da sempre nei palazzi del potere non nei centri sociali, si vestono in giacca e cravatta non con kefiah e dreadlocks, partecipano ai World Economic Forum e ai Bilderberg non a cene solidali e concerti reggae. Siete voi fuori posto sui miei canali social, non io, dunque andate a seguire i pennivendoli filo-governativi che diffondono la propaganda delle istituzioni e alimentano la vostra sudditanza.
Io sono (e sarò sempre) altra roba.